

Dodo Dodgson è una scultura che racconta la storia di una scomparsa, quella di un animale che non esiste più. Costruito interamente in cartone riciclato, questo Dodo non è stato ricoperto, dipinto o rifinito: la sua superficie mostra il colore naturale del cartone, lasciando visibili i suoi strati come fossero sedimenti di pietra, una stratificazione della memoria.
L’interno e l’esterno della scultura sono esclusivamente cartone, sfogliato e lavorato in modo da creare texture e volumi che rimandano alla materia grezza e lo rendono un fossile contemporaneo.
La scelta di Malagigi di non applicare alcuna colorazione o finitura è un atto intenzionale: questo Dodo non vuole imitare la vita, perché la vita gli è stata tolta. È un richiamo silenzioso alla fragilità delle specie e alla loro vulnerabilità di fronte all’uomo.
Il dodo, scomparso nel XVII secolo, è diventato l’icona dell’irreversibilità dell’impatto umano sugli ecosistemi. Un animale ingenuo e fiducioso, che non sapeva temere i predatori, e per questo è stato spazzato via. Oggi il suo nome è sinonimo di ciò che non c’è più, un avvertimento per il futuro.
Il titolo della scultura, Dodo Dodgson, gioca con l’assonanza tra il nome dell’animale e quello di Charles Lutwidge Dodgson, meglio noto come Lewis Carroll, l’autore di Alice nel Paese delle Meraviglie. Carroll, che si dice avesse una lieve balbuzie, si sarebbe raffigurato nel personaggio del dodo del suo libro, trasformando il proprio nome in un suono ripetuto: Do-Do-Dodgson.
Un nome che richiama un’eco perduta, un’identità sfumata nel tempo. Come il dodo, come tutto ciò che non siamo riusciti a preservare.
Con questa opera, Malagigi non cerca di restituirgli i colori o l’aspetto originario, ma lo congela in un’assenza definitiva: una sagoma costruita con gli scarti del nostro tempo, un monumento silenzioso alla disattenzione e alla responsabilità umana nella crisi della biodiversità.
Il cartone come metafora della precarietà
Il materiale scelto per questa scultura non è casuale. Il cartone è fragile, leggero, deperibile, proprio come l’equilibrio degli ecosistemi. Eppure, nell’opera, esso assume una nuova funzione: attraverso la sua stratificazione, il cartoncino si compatta, si trasforma in una pietra leggera, un fossile che racconta il presente.
La lavorazione dello strato esterno – in cui il cartone è stato sfogliato per mostrare i suoi diversi livelli – evoca la struttura della roccia, delle sculture antiche, delle ossa ritrovate sottoterra. Un paradosso materiale: il cartone, uno degli elementi più effimeri della nostra società, diventa memoria solida di qualcosa che non c’è più.
Un monito per il futuro
Il Dodo non è solo un’opera che guarda al passato, ma una riflessione sul presente e sul futuro. L’estinzione non è un fenomeno concluso: ogni anno, nuove specie si aggiungono alla lista di quelle che non torneranno mai più.
Se il Dodo è stato il primo simbolo dell’estinzione causata dall’uomo, quali saranno i prossimi?
