SFERA DI TETRAPAK

Malagigi crea una scultura che non è altro che una grande metafora del nostro pianeta per la cui salvaguardia è necessario l’impegno di tutti

Due metri di diametro e circa 5 chilometri di nastro continuo per denunciare una produzione di materiali e prodotti difficilmente riciclabili presenti nelle nostre vite e nelle nostre case a cui non prestiamo più attenzione. Eppure, tutto rimane.

Il visitatore si avvicina, osserva i colori e le texture della superficie dell’opera, riconosce marchi e scritte familiari: frammenti di vita quotidiana che si accumulano, si avvolgono, si ripetono, lentamente e inesorabilmente soffocando il nostro pianeta.

E mentre lo sguardo scivola su di essa, si comprende che il vero problema non è ciò che viene buttato, ma ciò si sceglie di non vedere.

Ogni anno, miliardi di confezioni di poliaccoppiato vengono prodotte e smaltite nel mondo.
Ogni anno, una parte di esse finisce negli oceani, nelle discariche, nei nostri corpi sotto forma di microplastiche.

Eppure, il poliaccoppiato è un materiale così comune che non ci fermiamo nemmeno a chiederci dove finisce, come si trasforma, cosa significa per il nostro futuro.

La Sfera è un manifesto artistico sulla crisi ambientale. Non urla, non cerca lo shock visivo, non si impone con immagini forti. Fa quello che fanno i rifiuti: si accumula, senza fare rumore.

Sfera ci pone una domanda scomoda: Quanti altri chilometri di filo serviranno prima di accorgerci che non saremo più in grado di liberarci dalla sua presa?